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Diario
21 giugno 2010
Nicolò Amato, DIRITTI E DOVERI
Dopo la seconda bocciatura del proprio figlio, un imprenditore di Gallarate gli ha scritto che non intendeva più corrispondergli l’assegno mensile di mantenimento di 1000 euro stabilito nella sentenza di divorzio, invitandolo a trovarsi un lavoro “finalizzato a un futuro dignitoso per chi, alla tua età, deve essere considerato un uomo”.
E quando il figlio ha sporto - com’era, purtroppo, prevedibile! - denuncia, il p.m e il g.i.p. di Busto Arsizio l’hanno archiviata, non ravvisando alcun reato a carico del padre che, come hanno scritto, “pare mosso dall’intenzione di stimolare la crescita del figlio, bocciato per due volte di seguito, prospettando al ragazzo una serie di opzioni di crescita, e, nel dichiarare di non corrispondere più la somma, ne ha enunciato i motivi ed ha manifestato la propria disponibilità ad aiutare il figlio in diversi modi”.
La decisione dei magistrati di Busto Arsizio merita di essere pienamente condivisa, perché corretta giuridicamente, intelligente ed eticamente illuminata.
Essa trascende una interpretazione grettamente formalistica delle norme penali e ricorda che non vi può essere delitto se all’elemento oggettivo della condotta descritta nella norma incriminatrice non si aggiunge l’elemento soggettivo del dolo, vale a dire la coscienza e la volontà dell’azione o della omissione attuate e del loro disvalore sociale; che non vi può, in altri termini, essere delitto se il suo autore non ha l’intenzione di porsi in contrasto con i “valori civili” accolti ed espressi dalla società della quale egli fa parte.
Quel padre ha, infatti, agito, non per danneggiare, ma per aiutare il proprio figlio a maturare, a non basare la propria vita soltanto sull’aspettativa di una sorta di “pensione anticipata”, in definitiva per “educarlo”. Ha, cioè, cercato di ricordare che il compito fondamentale dei genitori è quello di “educare” - oltre che amare - i propri figli; un compito di cui nell’attuale dissolvimento del concetto di “famiglia” si è ormai quasi spenta anche la memoria.
I giudici di Busto Arsizio giustamente ammoniscono che accanto ai diritti vi sono pure i doveri e che per “educare” i giovani è necessario, non deresponsabilizzarli, bensì, al contrario, sviluppare in loro il senso di responsabilità e, insieme, la convinzione che debbano essere accettate le conseguenze delle proprie colpe.
Così questi giudici opportunamente denunciano il male profondo che affligge la nostra società e ne compromette il benessere e addirittura la sopravvivenza. Sempre di più, infatti, si stanno smarrendo il concetto di “regola” e il criterio che distingue il bene dal male e il giusto dall’ingiusto. E sempre di più cresce, viceversa, il numero di coloro i quali ritengono che la volontà e la forza siano la misura del lecito e che sia consentito soddisfare i propri desideri e tutelare i propri interessi in qualunque modo sia possibile farlo, senza alcun rispetto per gli altri, senza alcun riguardo per i loro desideri e i loro interessi.
L’egoismo, il cinismo, la violenza sono appunto il barbaro marchio di quanti presumono di avere solo diritti e che “gli altri” abbiano, invece, solo doveri. E come possiamo sperare che questa nostra società diventi migliore e più civile se non ci convinceremo e se non convinceremo i giovani che il loro avvenire ed il loro destino sono il frutto, non soltanto di quanto è loro dovuto, ma soprattutto delle loro fedi, dei loro sacrifici e delle loro responsabilità?
Nicolò Amato
| inviato da nicoloamato il 21/6/2010 alle 14:8 | |
16 giugno 2010
Nicolò Amato, PADRONI E SUDDITI
Se tu, cittadino qualunque, vai alla Posta, all’Anagrafe, in una Azienda Sanitaria locale, nella cancelleria di un tribunale, o in qualunque altro ufficio o servizio pubblico, sei “condannato” ad aspettare. E quando, dopo una coda più o meno lunga, sei finalmente ammesso alla presenza del funzionario o impiegato, “padrone” della tua pratica, raramente trovi cortesia, più spesso fastidio o insofferenza, a volte addirittura una arroganza che devi subire se non vuoi rinunciare ad ottenere ciò che desideri. Giacchè la burocrazia significa ormai: “Tu non hai diritti ma solo doveri, sei un suddito e non un cittadino, perché ciò che chiedi dipende da me, posso concedertelo oppure dirti di no”.
Se tu, cittadino qualunque, devi prendere un qualsiasi mezzo di trasporto pubblico, dall’autobus al treno all’aereo, sei “condannato” ad aspettare perchè il “ritardo” alla partenza o all’arrivo è una componente normale del tuo viaggio. Quando non sei addirittura costretto a rinunciare a partire per uno sciopero che non ti riguarda ma di cui paghi le conseguenze, secondo quel principio di responsabilità senza colpa che ormai scandisce il nostro vivere sociale.
Se tu, cittadino qualunque, vieni citato come testimone, sei “condannato” ad aspettare, spesso per ore, e magari alla fine ti dicono di ritornare ad un’altra udienza. Ma se non ti presenti puntualmente, rischi di essere “condannato” ad una ammenda o ad essere addirittura accompagnato dai Carabinieri.
Se tu, cittadino qualunque, hai un debito verso lo Stato o verso un altro Ente pubblico, sei “condannato” a pagare tutto e subito. Perché, diversamente, il debito verrebbe moltiplicato con le sanzioni e gli interessi di mora e verresti soffocato dalle molteplici “costrizioni” che garantiscono unilateralmente al creditore pubblico ogni garanzia e ogni vantaggio, come l’ipoteca legale, l’espropriazione, il fermo amministrativo, l’interruzione immediata della fornitura dell’acqua, della luce e del gas.
E però se lo Stato o un altro Ente pubblico, invece di essere creditore, è debitore, le cose cambiano completamente.
Innanzitutto perché, in tal caso, alla regola di legge: “I debiti vanno pagati al momento della scadenza” si sostituisce una regola arbitraria che dice: “ Io pago quando posso o, comunque, quando voglio”.
E le statistiche dimostrano che nessuna impresa privata viene pagata per le opere o i servizi eseguiti o per le forniture effettuate ad una Asl, ad un Comune, una Provincia, una Regione, o ad un altro Ente pubblico prima che siano decorsi almeno sei o sette mesi.
Le conseguenze sono, ovviamente, devastanti, perché le imprese sono costrette ad anticipare per intero i costi di quanto fanno o forniscono e non sempre sono in grado di sopportare così a lungo questa pesante esposizione debitoria.
La loro unica possibilità è rivolgersi all’Autorità giudiziaria, ma è un rimedio solo apparente perché alla lunghezza delle procedure si unisce un danno ancora maggiore, cioè la rottura dei “buoni rapporti” con l’Ente pubblico.
L’amara conclusione è che il privato di fronte all’Ente pubblico è disarmato, sia quando è debitore, sia quando è creditore.
Ma c’è di più. Perché a volte il debitore pubblico ha addirittura il potere di emanare un atto con forza normativa per incidere anche sull’an o sull’ammontare della somma dovuta, perfino vanificando il principio della retroattività della legge, che dovrebbe rispettare i diritti già acquisiti dai cittadini.
In definitiva, la Carta Costituzionale e l’Ordinamento giuridico basato su di essa disegnano un Paese democratico e uno Stato di diritto. Viceversa, la c.d. Costituzione materiale, le consolidate prassi amministrative e il prevalente modo di gestire i pubblici servizi mostrano in misura crescente una vocazione all’assolutismo e all’arbitrio, una sorta di “arroganza” o “prepotenza” “istituzionale”. Quasi che il semplice fatto di indossare una divisa o una toga o di esercitare un servizio pubblico renda migliori, conferisca più diritti, soprattutto il diritto di stabilire unilateralmente cosa è giusto e cosa non lo è, cosa deve e cosa non deve essere fatto. Quasi che da una parte vi siano i “padroni”, dall’altra i “sudditi”.
Alla base della perversione delle coscienze che trasforma la democrazia in dispotismo vi è molto semplicemente la convinzione che curare gli interessi di tutti significhi poterne disporre, che “servizio pubblico” significhi “potere”, ossia subordinazione della legge alla propria volontà.
Nicolò Amato
| inviato da nicoloamato il 16/6/2010 alle 16:13 |
1 giugno 2010
Nicolò Amato, SACERDOZIO E DONNE
Maria Vittoria Longhitano, prima donna italiana, è stata ordinata sacerdotessa nell’ambito della confessione cristiana vetero-cattolica, che non riconosce l’infallibilità del Papa.
Viceversa la religione cattolica, che si riconosce nel Pontefice, non ammette il sacerdozio delle donne.
“Senza donne -ha dichiarato la Longhitano- la cattolicità, che vuol dire universalità, viene mutilata. Cade un pezzo di universalità perché l’altra metà del mondo non partecipa alla missione di Cristo.”
Ed in effetti, alla stregua della logica e degli argomenti accessibili alla ragione dell’uomo, il divieto della Chiesa Cattolica, in un momento storico che esalta l’assoluta uguaglianza tra gli uomini e le donne e condanna ogni discriminazione, può apparire non giustificato.
E tuttavia, vi sono problemi e domande che appartengono ad un mondo al di là del mondo nel quale viviamo, il mondo delle Verità trascendenti che l’uomo con la sua intelligenza non può penetrare e comprendere e di fronte alle quali egli resta come accecato, se non trova la luce che, non la ragione, ma solo la fede può offrirgli.
C’è un limite, al di là del quale l’uomo non è più in grado di capire e non gli resta che credere o non credere. “Credo quia absurdum”, qualcuno ha detto una volta, ossia: “Credo perché non capisco”. Ma forse basta dire: “Credo anche se non capisco e spero che, credendo, riuscirò a capire”.
E forse questo desiderio, questo bisogno struggente e insopprimibile dell’uomo di andare al di là di se stesso, non ci fa soltanto misurare, con disperazione, i nostri limiti e la nostra impotenza, ma ci dà la dolce consolazione di renderci certi che, in definitiva, quello che riusciamo a capire e da spiegare non è un granché e vi sono, invece, verità più alte e definitive, avvolte in un mistero che vorremmo squarciare per trovare infine la Luce.
Nicolò Amato
| inviato da nicoloamato il 1/6/2010 alle 13:23 |
31 maggio 2010
Nicolò Amato, CHI MUORE E CHI CI GUADAGNA
Ho letto che il pm napoletano Henry John Woodcock ha aperto un’ inchiesta per accertare se in alcuni ospedali di Napoli vi siano operatori sanitari che avvertirebbero dei decessi talune imprese di pompe funebri che rapidamente invierebbero sul posto un loro uomo incaricato di prendere contatti con i parenti del defunto e proporre condizioni “vantaggiose” per il funerale e la sepoltura.
Pur non potendo, naturalmente, sapere quali reati il pubblico ministero ipotizza e se gli indagati sono realmente responsabili, plaudo senza riserve all’iniziativa del dottor Woodcock e gli auguro ogni successo nell’interesse della verità e della giustizia.
Giacchè tra le nefandezze, piccole e grandi, di cui l’uomo è capace, mi sembra particolarmente esecrabile ed oscena quella di chi cerca di approfittare del trauma e del dolore delle persone che hanno appena perso un loro caro e sono, quindi, anche in condizioni di minore lucidità mentale, al fine di trarne miserabili guadagni. Davvero mi chiedo come possa un tale sciacallo spendere spensieratamente il denaro in tal modo lucrato e guardarsi allo specchio senza arrossire e senza vergognarsi di se stesso.
Nei molti, forse anche troppi, delitti che il nostro Codice Penale prevede, ne manca uno, particolarmente odioso, che dovrebbe essere severamente punito: la mancanza di pietà e di solidarietà verso chi soffre.
Nicolò Amato
| inviato da nicoloamato il 31/5/2010 alle 14:0 | |
27 maggio 2010
Nicolò Amato, CARCERI IN ITALIA: AVANTI, C’E’ POSTO! (TERZA PARTE)
Ma c’è un’altra patologia, che riguarda la società nel suo complesso. Certo, non c’è società senza criminalità. Ma in Italia da molto tempo il tasso di criminalità è assai più alto del normale, non è più fisiologico, è diventato patologico. E’ la “malattia” della nostra società. Da decenni viviamo in situazioni di emergenza che si susseguono senza interruzione: dalla criminalità mafiosa al terrorismo e ancora alla criminalità mafiosa, dal traffico della droga alle illegalità diffuse, alle varie forme di corruzione e malaffare.
La criminalità non è più “esterna”, ma è “interna”, alla società, trova in questa le sue radici e le sue cause, rappresenta una degenerazione, una metastasi del tessuto sociale.
Allo Stato assente o debole si sostituisce il potere criminale. La gente che non ha da mangiare, che è disperata e ha paura, rappresenta per la criminalità una barriera di omertà e protezione e una fonte di reclutamento. Le connessioni perverse tra economia, finanza e settori della politica e delle Istituzioni disegnano una terra di nessuno, senza regole, offerta ai saccheggi dei più forti e dei più furbi, di chi ha meno scrupoli, e sulla quale la criminalità proietta la sua ombra di morte. E i giovani che cercano e non trovano una identità sociale e una prospettiva di vita, a cui nessuno dice chi sono e cosa possono essere e avere, cercano di evadere attraverso la droga, la ribellione e la violenza. E’ una società senza fedi e senza valori, ammalata di egoismo, cinismo, prepotenza.
E dunque il problema non è più esclusivamente giudiziario. Polizia e Magistratura possono combattere i “criminali”, e normalmente lo fanno con impegno, professionalità e successo. E però non rientra nelle loro competenze e nelle loro possibilità lottare contro la “criminalità”. Solo i criminali, non anche la criminalità, possono essere processati nei tribunali e chiusi dentro una galera. La criminalità, specie quando raggiunge livelli patologici, può essere sconfitta soltanto se l’impegno unitario dello Stato, delle Istituzioni, della società civile ne recide, ne distrugge le radici e le cause. Quanto più i problemi sociali sono gravi, tanto più la repressione non basta, ma serve la prevenzione, è cioè necessario risalire dagli effetti alle origini. Non c’è guarigione se delle malattie si curano solo i sintomi e non se ne aggrediscono ed eliminano le fonti dalle quali nascono.
Nicolò Amato
| inviato da nicoloamato il 27/5/2010 alle 12:7 | |
26 maggio 2010
Nicolò Amato, CARCERI IN ITALIA: AVANTI, C’E’ POSTO! (SECONDA PARTE)
Innanzitutto, la patologia del nostro sistema penale. Ho a lungo discusso anni fa con chi, atteggiandosi a rivoluzionario, diceva: “Occorre liberarsi della necessità del carcere”. E rispondevo: “Questa è una utopia, seppure una bella utopia. Ma intanto è possibile e giusto liberarsi del carcere quando non è necessario”. Di questo, purtroppo, oggi non si parla più. Oggi nessuno più si chiede quanti e quali reati sarebbe giusto “depenalizzare”; quanti e quali reati sarebbe giusto punire con pene diverse dalla prigione e che sarebbero più adeguate o altrettanto - se non più - afflittive ed efficaci, come, per esempio il lavoro socialmente utile, una pena pecuniaria consistente e realmente pagata, l’effettivo divieto, temporaneo o definitivo, di esercitare una professione, un mestiere, una impresa, di condurre veicoli, di partecipare ad un concorso, di accedere ad una carica pubblica, di esercitare i diritti politici; o, per lo straniero, l’espulsione dal territorio dello Stato eseguita dalla Polizia. Oggi, di fronte al numero sproporzionato di detenuti in attesa di giudizio, nessuno più si chiede se sia giusto ed accettabile che in un Paese civile, come l’Italia dovrebbe essere, la custodia cautelare venga sovente usata come anticipazione della pena o, ancora peggio, piuttosto come mezzo per ottenere le prove, che come conseguenza delle prove già raccolte. Oggi, che non c’è più fantasia e non c’è più speranza, non si concepisce altra risposta alla criminalità se non il carcere. Quanta più criminalità tanto più carcere. Il carcere per tutto e per tutti. Oggi l’antica, nobile utopia è stata ribaltata. Oggi “il carcere è necessario”. Perché se ne facciamo a meno, ci sentiamo inermi e indifesi, soli con la nostra paura e con la nostra disperazione. Di fronte alla criminalità che cresce, ci minaccia, ci assedia, sentiamo il bisogno di una difesa estrema, la più dura, la più implacabile e inesorabile: il carcere, appunto, che priva i “cattivi” della libertà, li allontana, li separa da noi, li seppellisce nel buio e nell’oblio dietro porte che non si aprono dietro mura che non possono essere scavalcate e ci proteggono dal contagio, e con loro seppellisce il male che ciascuno, cieco su se stesso, vede solo negli altri. E’ l’antico, secolare meccanismo della rimozione, profondamente radicato nella natura dell’uomo. Più cresce il “male” intorno a noi, più cresce il nostro bisogno di una difesa, di una protezione così radicale da placare le nostre inquietudini e rassicurarci che il “male” è altra cosa da noi, non ci appartiene. E quindi tutti si preoccupano che gli “altri” entrino in carcere ma non si preoccupano che ne escano. Oggi nessuno più capisce che, non solo la civiltà, ma anche la convenienza sociale impone di far di tutto perché il carcere abbia una funzione di rieducazione e di riabilitazione, perché se chi entra in prigione ne esce peggiore di come vi è entrato, allora il carcere non è il mezzo di lotta contro la criminalità, ma il volano, il moltiplicatore della stessa criminalità.
Nicolò Amato
| inviato da nicoloamato il 26/5/2010 alle 16:36 | |
25 maggio 2010
Nicolò Amato, CARCERI IN ITALIA: AVANTI, C’E’ POSTO! (PRIMA PARTE)
Uno dei segnali più eloquenti del profondo degrado civile e culturale della nostra società sta nel fatto che non si parla più del “problema carcerario”. Né si riflette sul fatto drammatico che ogni giorno entrano nelle nostre carceri più persone di quante ne escano, sicchè ogni giorno cresce il numero dei detenuti.
E dunque ora che, esaurito l’effetto dell’ultimo provvedimento di clemenza, il sovraffollamento degli istituti di pena ha ancora una volta raggiunto un livello altissimo - al 14 maggio 67 mila detenuti, di cui poco meno della metà ancora in attesa di giudizio, in carceri che potrebbero accoglierne 43 mila -, l’unica soluzione che viene proposta - dopo la rituale, retorica deplorazione della inciviltà di una tale situazione carceraria, sia per i reclusi, sia per il personale penitenziario – è quella di costruire nuove prigioni e ampliare quelle esistenti. Più detenuti, più carceri o carceri più grandi. Ogni giorno più detenuti e, si vorrebbe potere aggiungere, ogni giorno più carceri o carceri più grandi. Ma qualcuno si è chiesto, si chiede se sarà possibile edificare, con la richiesta velocità, tanti posti-carceri da tenere il passo – nella utopia di questa caricatura di civiltà! – dell’aumento progressivamente crescente della popolazione penitenziaria? Qualcuno si è chiesto, si chiede se quando, così proseguendo, saremo tutti prigionieri, basterà per accoglierci trasformare il Paese in una unica immensa prigione?
E però niente paura. C’è sempre, c’è sempre stata la soluzione di riserva, la soluzione della bombola d’ossigeno. Un po’ di amnistia, un po’ di indulto – a chi si nega il perdono? E che importa quanta fatica, quanto denaro sono costati i processi, che importa delle vittime dei delitti? – e quando serve “svuotiamo” le carceri. Attaccato alla bombola, l’ammalato respira ancora, peccato che, quando l’ossigeno finisce, ritorna in coma e si riavvicina alla morte.
Ma così, temo, abbandoniamo il Paese al degrado e rimane incerto solo il tempo che esso impiegherà per toccare il fondo.
E dunque non dobbiamo, non possiamo arrenderci, nè rinunciare a fare, se non tutto ciò che vorremmo, almeno tutto ciò che possiamo.
Dobbiamo cercare di vivere nel rispetto della nostra dignità di uomini, non sforzarci solo di sopravvivere, come naufraghi costretti a rubare un po’ d’aria alle onde che li sommergono.
Dobbiamo strappare la coltre di nebbia che impedisce o distorce la comprensione del problema e ne impedisce la soluzione.
Bisogna convincersi che questa costante, inesorabile crescita della popolazione penitenziaria non è un fatto “normale” e accettabile, e non è neppure l’effetto di un “destino” spietato e immodificabile.
E’ piuttosto il sintomo di una doppia patologia.
Nicolò Amato
| inviato da nicoloamato il 25/5/2010 alle 13:56 | |
18 maggio 2010
Nicolò Amato, IL LICENZIAMENTO DI UN OPERAIO-PADRE
Un dipendente di una ditta di distributori automatici è stato licenziato perché, dovendo accompagnare alla scuola materna il figlio di 4 anni, iniziava a lavorare alle 8:30 invece che all’ora prevista delle 7:00.
Certo, la sanzione appare eccessiva. I diritti dei lavoratori, sia privati che pubblici, devono essere tutelati. E tuttavia, le imprese private e pubbliche hanno esigenze di efficienza e di produttività che devono essere parimenti tutelate, giacché diversamente esse imboccano una strada di difficoltà che può portarle fino al fallimento. Con la conseguenza di una diminuzione o di un azzeramento dei posti di lavoro. E in tal caso i diritti dei lavoratori, invece che essere salvaguardati da modeste limitazioni, verrebbero radicalmente sacrificati.
Dire, come qualcuno ha detto, che “non può essere il mercato a decidere delle persone, ma devono essere le persone a decidere di organizzarsi una vita civile” è indubbiamente un’espressione astrattamente apprezzabile ma pecca di demagogia, in quanto non tiene conto della circostanza che senza un mercato in grado di offrire posti di lavoro non ha neppure senso porsi il problema di riservare ai lavoratori “il diritto di decidere e organizzarsi una vita civile”.
Come sempre, i problemi sociali devono essere affrontati con un giusto, realistico equilibrio tra la tendenza alla demagogia e la vocazione alla repressione dei diritti dei più deboli. Credo sarebbe un bene per il progresso sociale ed economico del Paese se le Organizzazioni sindacali, le quali svolgono un ruolo di primo piano nella vita democratica, si facessero concretamente carico del convincente equilibrio fra opposte esigenze che può meglio tutelare l’occupazione e i diritti dei lavoratori.
Nicolò Amato
| inviato da nicoloamato il 18/5/2010 alle 11:34 | |
13 maggio 2010
Nicolò Amato, LA DEGENERAZIONE DEI RAPPORTI FAMILIARI
Durante un colloquio con l’assistente sociale per discutere della separazione e dell’affidamento delle figlie, di 5 e 7 anni, Giampiero Prato ha all’improvviso estratto un grosso coltello e ha ucciso, colpendola per ben 50 volte, la moglie Cristina Rolle, colpevole ai suoi occhi, come ha detto dopo, di aver messo le due bambine contro i nonni paterni.
A qualche chilometro di distanza, Gianfranco Varetto ha ucciso l’anziana zia, Concetta Giuseppina Varetto, soffocandola con un cuscino e ha poi tentato di togliersi la vita, tagliandosi le vene. “Voleva morire, le ho solo dato una mano -ha detto dopo aver chiamato i Carabinieri- perché stavano per sfrattarci dalla casa che era tutta la nostra vita.”
Le cronache sono piene di fatti del genere. Ma ancora di più sono le “tragedie familiari” che nessuno racconta e quasi nessuno conosce.
Perché dunque così spesso, e anzi sempre più frequentemente, i rapporti familiari sfociano nel degrado materiale o morale più profondo, nella violenza, nel sangue? Certo, vi sono responsabilità individuali che vanno punite anche severamente e vi sono, non di rado, patologie mentali che portano a gesti di follia e vanno piuttosto curate che punite.
Ma non basta. La punizione e la cura non risolvono tutti i problemi della società. Occorre intervenire “prima” e non solo “dopo”. Occorre “prevenire” e per farlo occorre “capire”.
Ebbene, alla base di questa crescente e devastante degenerazione dei rapporti familiari stanno, io credo, soprattutto due profonde ragioni.
La prima è il tramonto dei valori sui quali dovrebbe fondarsi e dai quali dovrebbe trarre senso la “famiglia”.
La seconda è la spaventosa crisi economica, che per molti rende sempre più difficile provvedere alle fondamentali esigenze della vita: la casa e il mantenimento e l’avvenire dei propri figli.
E’ su questo che bisogna riflettere e intervenire.
Nicolò Amato
| inviato da nicoloamato il 13/5/2010 alle 13:35 | |
11 maggio 2010
Nicolò Amato, DISPERAZIONE E PIETA'
“Poteva solo piangere. E fumare una sigaretta, se qualcuno gliela reggeva”. Così era ridotto Giovanni Ielo, 53 anni, ricoverato da molto tempo in una casa di accoglienza nel Ravennate, a causa di un ictus che lo aveva paralizzato.
E il padre, Francesco, 85 anni, ex agente della Polizia Stradale, cardiopatico e anch’egli vittima di ictus, lo ha ucciso con un colpo di pistola alla testa e quindi con la stessa arma si è tolto la vita.
Quanta disperazione doveva esserci nel cuore di questo padre? Chi può misurarla, chi può dirlo, chi può leggere nell’anima di un altro uomo?
Ma basta la disperazione per un gesto così spaventoso? Cos’altro c’era, al momento in cui ha premuto il grilletto della sua pistola, nell’anima di questo vecchio di 85 anni, gravemente ammalato ed egli stesso vicino alla morte? Non uno di quei sentimenti, come l’odio, la rabbia, l’avidità, la gelosia, per i quali, a volte, purtroppo, si uccide un figlio al pari di un estraneo.
No. Nel cuore di Francesco Ielo c’era, io credo, un sentimento più forte, più violento di qualunque altro, perfino della disperazione. C’era una tempesta che lo squassava da dentro ogni volta che, guardando il figlio, pensava che ormai “poteva solo piangere; e fumare una sigaretta, se qualcuno gliela reggeva”. C’era la pietà, che vuol dire vivere ogni giorno, giorno dopo giorno, ogni minuto, minuto dopo minuto, nella propria anima e nelle proprie carni le sofferenze di un altro essere umano: “Poteva solo piangere. E fumare una sigaretta, se qualcuno gliela reggeva”. E per di più era suo figlio che egli vedeva soffrire, ed ogni istante leggeva nei suoi occhi un dolore inconsolabile e forse anche un muto rimprovero: “Ma perché mi hai messo al mondo, se questo era il mio destino?”.
E tu vorresti liberarlo della sua angoscia e prenderla su di te, ma non puoi. E vorresti morire per non vedere più il suo sguardo, per non sentire più le sue parole non dette, ma non ti basta, se lui rimane con la sua maledizione. E’ perciò che lo uccidi, perché è l’unico modo di porre fine alle sue pene. E spegnendo la sua vita, quella specie di vita, tu spegni anche la tua.
No. Francesco Ielo non aveva bisogno di spararsi. Sarebbe morto ugualmente per il medesimo colpo che aveva attraversato la testa di Giovanni.
Vi sono gesti, di fronte ai quali la possibilità degli uomini di capire e di giudicare si ferma. Come i gesti dei folli, che stanno al di là della loro coscienza e della loro volontà. Perché c’è la follia che nasce dalla malattia della mente e c’è la follia che nasce dalla pietà del cuore.
Allora solo Dio può capire e può giudicare.
Nicolò Amato
| inviato da nicoloamato il 11/5/2010 alle 13:23 | |
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